Nella suggestiva Carmarthen, la città natale di Mago Merlino incastonata tra le verdi distese del Galles, dove il tempo sembra essersi fermato a custodire miti medievali, è operativa una medicina d’avanguardia che guarda dritta al futuro. In questo scenario rurale e suggestivo, lavora ormai da anni il dottor Gianluca Scottà, otorinolaringoiatra originario del Veneto. Un medico che ha scelto di attraversare la Manica per perfezionare la tecnica della chirurgia dell’orecchio, fondendo il rigore della scuola italiana con il dinamismo meritocratico britannico.
Com’è nato il suo percorso che l’ha portata dall’Italia al Regno Unito?
«Sono cresciuto a Milano, dove ho anche seguito tutto il mio percorso universitario, laureandomi in Medicina e completando la specializzazione in Otorinolaringoiatria. Già da studente ho frequentato come interno l’ospedale San Paolo di Milano, entrando poi in scuola di specializzazione nel 2012. Durante il percorso, gli specializzandi hanno a disposizione 18 mesi di extrarete per approfondire la materia sia dal punto di vista teorico che pratico. Io ho scelto il Regno Unito principalmente per approfondire la lingua. Inoltre, la mia ragazza, che ora è mia moglie, nel 2015 aveva iniziato il training in UK dopo aver conseguito anche lei la laurea in medicina in Italia. Grazie ad alcuni contatti coltivati durante una prima esperienza annuale, e dopo una parentesi in Italia, sono riuscito a rientrare stabilmente nel team di Sheffield per la mia prima Fellowship in Otologia e Neuro-otologia».
Cosa rappresenta concretamente una fellowship nel sistema sanitario inglese?
«È una pratica anglosassone, focalizzata in questo caso sulla chirurgia dell’orecchio e su tutto ciò che ruota attorno all’udito e all’equilibrio. Sono contratti che devono essere approvati direttamente dall’ospedale; non è semplice ottenerli, ma i processi burocratici sono decisamente più snelli rispetto a quelli italiani. In Italia si avverte un certo immobilismo, mentre qui viene premiata l’esperienza maturata in team diversi. Non a caso, gli specializzandi stessi ruotano continuamente tra vari ospedali».
Quali sono le differenze strutturali più marcate che ha riscontrato tra il Servizio Sanitario Nazionale italiano e quello inglese?
«Ho trovato nel sistema britannico una realtà molto più conforme alla mia visione. La retribuzione è più alta e c’è un reale riconoscimento della copertura delle malattie, mentre in Italia la gestione appare spesso più casuale; persino i lavori extra vengono regolarmente retribuiti. È un sistema che riesce a garantire un accesso più esteso alle cure di base per i pazienti. Se una prestazione non può essere erogata localmente anche qui il paziente viene indirizzato verso poli ospedalieri più grandi e attrezzati che però restano nella stessa regione. Esiste una rete di centri ospedalieri che filtra le patologie: ciò che si può trattare a livello locale resta sul territorio, mentre chi non può spostarsi per problemi personali può comunque accedere a un servizio sanitario che garantisce una cura olistica. E c’è un grande vantaggio professionale, soprattutto in Galles: non sei costretto a fare la libera professione per vivere dignitosamente del tuo lavoro. Puoi concentrarti esclusivamente sul servizio pubblico senza doverti barcamenare tra mille impegni».
Esistono tuttavia anche dei risvolti negativi o delle criticità in questo modello?
«Certamente. Il principale limite è che il servizio sanitario inglese è molto condizionato dalle scelte aziendali dei singoli gruppi ospedalieri e dalla tendenza alla centralizzazione dei servizi per patologie o condizioni mediche meno comuni. Se voglio avviare un progetto di ricerca o clinico, posso farlo, ma richiede un robusto supporto di evidenze medico scientifiche. Questo alle volte non basta per via della redistribuzione delle risorse in centri altamente specializzati per quello specifico settore; non tutti gli ospedali dispongono degli strumenti necessari per portarlo avanti. Un esempio nel mio campo sono gli impianti cocleari che sono effettuati in un numero limitato di centri dove il volume di interventi chirurgici viene accentrato».
A proposito di progetti, su cosa sta lavorando in questo momento?
«Si tratta di un progetto ancora in fase preliminare. È innovativo per noi anche se in altre zone UK è una realtà consolidata da tempo. Ci troviamo in una zona rurale, il nostro team è piccolo e le risorse per gestire attività extra rispetto alla cura di base sono limitate; per questo dobbiamo dare rigorosa priorità alla diagnostica oncologica e alle patologie invalidanti. L’idea è quella di dar vita a un progetto multidisciplinare: unire gli audiometristi, che in UK seguono i test sulla funzionalità dell’equilibrio, uno specialista otorinolaringoiatra, che sarei io, con un training specifico in questo campo, e affiancare anche un medico di base. Nella nostra regione vive una forte componente di popolazione over 70 e molti problemi di equilibrio sono spesso correlati ai dosaggi farmacologici. Avere più figure professionali permette di suddividere e ottimizzare le competenze, può sembrare più costoso ad un primo impatto ma l’idea è di creare una “one stop clinic” in cui in un solo appuntamento si risolvono molteplici problemi, semplificando la vita ai medici di base. Il programma deve ancora partire ed essere strutturato nel dettaglio. Inoltre abbiamo a disposizione una compagnia commerciale chiamata TriTech Institute legata al nostro sistema sanitario che aiuta i medici, o anche altri professionisti sanitari, a sviluppare e commercializzare tecnologie mediche fornendo supporto a chi tra noi abbia un’idea che possa migliorare la qualità delle cure dei nostri pazienti. Per ora non ho ancora avuto modo di collaborarci, ma in futuro non si sa mai.».
Che impatto ha il contesto in cui vive sul suo lavoro quotidiano?
«Lavoro all’interno di una Health Board, l’equivalente di una regione del nostro servizio sanitario nazionale, che unisce tre contee per un totale di circa 400 mila abitanti. Opero al Glangwili Hospital a Carmarthen: un luogo affascinante dove la pratica clinica quotidiana si sposa con una dimensione umana e territoriale unica. Un luogo affascinante, dove la mente è costantemente stimolata alla creatività e alla progettualità».




