L’integrazione dei sistemi di intelligenza artificiale generative nella vita quotidiana sta ridefinendo i confini della cognizione, dell’affettività e dei comportamenti sociali. Se la ricerca tecnologica corre a ritmi serrati, la comunità medico-scientifica si trova oggi ad affrontare un territorio ancora privo di sufficienti studi approfonditi: le conseguenze psicodinamiche e neurobiologiche di un’interazione prolungata con l’AI. Nel dibattito scientifico ed etico emerge con forza la necessità di applicare la lente della clinica delle dipendenze. Questo serve soprattutto ad anticipare meccanismi di rinforzo comportamentale ed evitare la perdita di contatto con la realtà oggettiva. Comprendere come la mancanza di contrasto relazionale possa alterare la percezione del sé è diventata una priorità di studio nella sanità pubblica. Stefano Valente, 38 anni, medico psichiatra originario di Gaeta e con base professionale a Bologna, si è laureato in Medicina e Chirurgia con lode presso l’Università La Sapienza di Roma nel 2013. Dopo un’iniziale formazione in campo oculistico, ha conseguito la specializzazione in Psichiatria e un perfezionamento in Disturbi di Personalità all’Università di Bologna, integrando successivamente competenze specifiche nella medicina delle dipendenze. Attualmente opera come psichiatra presso l’AUSL di Bologna nell’ambito dei Servizi per le Dipendenze (SerD). Parallelamente all’attività clinica, contribuisce al dibattito teorico sulle neurotecnologie attraverso pubblicazioni e confronti istituzionali sulla piattaforma europea Futurium.
Dottor Valente, il suo campo d’azione clinico è la medicina delle dipendenze presso il SSN. In che modo questa prospettiva l’ha portata a sviluppare un interesse di studio teorico verso l’intelligenza artificiale?
«Lavorare quotidianamente nei Servizi per le Dipendenze offre una vista privilegiata sui meccanismi neurocomportamentali elementari: i circuiti di rinforzo positivo e negativo, le dinamiche del craving, la tolleranza e i loop di ripetizione. Osservando da vicino queste strutture, da quest’anno ho iniziato a interrogarmi su cosa potesse scaturire dall’interazione prolungata tra la psiche umana e le intelligenze artificiali generative. Preoccupato dalla sostanziale assenza di letteratura clinica consolidata su questo tema, ho notato che i primi modelli conversazionali tendevano a validare l’utente, fornendo risposte conformi alle sue aspettative e privandolo di un reale riscontro critico. Questo mi ha spinto a studiare e valutare un modello concettuale per identificare precocemente i pattern di un uso errato dell’AI».
Lei ha portato queste riflessioni sui forum ufficiali della Commissione Europea, in particolare in relazione all’attuazione dell’EU AI Act. Qual è l’obiettivo di questo dialogo istituzionale?
«Il confronto avviene principalmente su Futurium, la piattaforma moderata della Commissione Europea dedicata alla discussione delle politiche digitali. È uno spazio teorico in cui scienziati e policy maker formulano proposte per la revisione delle normative. Il mio contributo intende intercettare l’implementazione del Regulation UE 2024/1689 (EU AI Act), con particolare riferimento all’Articolo 14 sulla supervisione umana e all’Articolo 50 sugli obblighi di trasparenza. L’intento è sollevare l’attenzione medica sulle possibili conseguenze dell’assenza di attrito e confronto nell’interazione uomo-macchina. Se l’AI risponde confermando sempre le posizioni dell’utente, si innesca un isolamento cognitivo che riduce il confronto con l’altro. Tra i concetti che ho formulato per leggere questo fenomeno vi sono il Narcissus Loop e il modello NFFM, che analizzano come la gratificazione istantanea priva di scontro con la realtà alteri i processi psicodinamici, portando a metriche di valutazione come l’Hope Closure Index o il Green Ray Index. Inoltre, in un contesto in cui la tutela della partecipazione al dibattito pubblico è garantita da strumenti come le direttive Anti-SLAPP, è fondamentale che anche lo spazio cognitivo dell’utente sia protetto da manipolazioni o distorsioni involontarie».
Quali sono i concetti chiave e le metriche che emergono dal suo lavoro di riflessione teorica?
«Più che dati clinici definitivi, siamo di fronte a un lavoro di riflessione e immaginazione strutturata nelle prime fasi di un’esperienza collettiva. Al centro del modello pongo due categorie etiche e cliniche: Euspesia, intesa come orientamento strutturato e sano verso un futuro aperto, ed Eufuturia, ovvero la realizzazione di questo futuro positivo. L’AI non può più essere considerata un semplice software: si sta configurando come una Fourth Utility, una quarta infrastruttura essenziale al pari di acqua, energia e connettività. Se l’AI è un’infrastruttura primaria, lasciata a logiche estrattive rischia di comprimere la capacità dell’individuo di proiettarsi in un futuro indeterminato, fenomeno che definisco di “compromissione dell’infuturazione”. A questo contrappongo il concetto di Pearl Economy: un modello di sviluppo tecnologico e concettuale basato sulla stratificazione lenta e sulla cura del valore, anziché sul consumo istantaneo delle risorse cognitive ed emotive dell’utente».
Sul piano operativo e precauzionale, quali proposte o misure ritiene necessarie per prevenire forme di dipendenza comportamentale?
«Trattandosi di uno strumento ad altissima penetrazione sociale, occorre ragionare in termini di prevenzione primaria e tutela della salute mentale pubblica. Una proposta aperta che ho avanzato sul piano teorico è l’introduzione di una sospensione quotidiana obbligatoria dei sistemi di IA non-enterprise, a titolo esemplificativo, una pausa di tre ore, simultanea e globale. Una misura di questo tipo agirebbe come un “interruttore precauzionale” per interrompere i pattern di uso prolungato e risincronizzare l’utente con la realtà. L’assenza di contrasto oggettivo, a differenza di quanto avviene nelle relazioni interpersonali, favorisce il distacco dalla realtà e l’incapacità di elaborare un pensiero autonomo senza il supporto dell’algoritmo. Introdurre un attrito temporale e strutturale serve a preservare l’autonomia cognitiva».
Lei opera stabilmente a Bologna, pur mantenendo un confronto costante con gli organi dell’Unione Europea. Come si integrano queste due dimensioni?
«La mia attività clinica e la mia vita professionale sono interamente radicate in Italia, nel Servizio Sanitario Nazionale a Bologna. La dimensione internazionale del mio lavoro è puramente intellettuale e scientifica. Piattaforme come Futurium consentono oggi ai clinici che lavorano sul campo nei singoli Paesi membri di dialogare direttamente con il pubblico istituzionale europeo. Portare la micro-esperienza quotidiana del lavoro sulle dipendenze all’interno delle stanze dove si disegna il quadro regolatorio dell’intelligenza artificiale significa colmare il divario tra pratica medica e decisioni legislative del futuro».
Laura Alteri




