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La medicina oltre i confini: l’impegno dell’oculista Luigi Colella per ridare la vista ai più deboli

oculista colella

Un camice bianco, tra la quiete della Normandia e i panorami dell’Africa subsahariana: è questa la geografia professionale e umana del dottor Luigi Colella, oculista italiano che ha scelto di esercitare la medicina oltre i confini nazionali, trasformando la competenza clinica in un ponte di civiltà e dignità sociale. Dalla laurea alla Sapienza di Roma ai reparti d’oltralpe, fino alle missioni umanitarie nei villaggi africani, la sua storia clinica e personale racconta l’eccellenza di una medicina che mira a restituisce la vista come diritto fondamentale di ogni essere umano.

Dal suo percorso di formazione in Italia al trasferimento in Francia: com’è nata questa scelta radicale?
«Io sono di Taranto, ho conseguito la laurea alla Sapienza a Roma, la specializzazione e poi il dottorato di ricerca alla Cattolica. Dopodiché ho lavorato nel privato in un centro oculistico a Roma, ma poco dopo me ne sono andato in Francia. Colsi subito la proposta di un collega di riaprire un servizio di oculistica di un ospedale in Normandia che era chiuso da tempo. Siamo partiti in due, avevamo un budget ampio per poter rilanciare il servizio. La sfida era interessante e ho accettato di buon grado, ora sono 18 anni che vivo e lavoro in Francia. Con altri 2 medici italiani, dopo 5-6 anni abbiamo iniziato un’attività ibrida, aprendo uno studio privato. Adesso lavoro da privato a Parigi e non sono più tornato in Italia».

Parallelamente alla carriera clinica, la sua traiettoria professionale si è rivolta fin da subito al mondo delle missioni internazionali.
«Già da specializzando avevo iniziato delle collaborazioni con associazioni per delle missioni umanitarie in India e in Africa. Poi sono stato contattato da Emergency, che mi ha chiesto di collaborare all’apertura di un ambulatorio oculistico in un loro ospedale in Cambogia e all’apertura di un altro servizio in Afghanistan. Negli anni successivi sono intervenuto in paesi francofoni, come il Burkina Faso, dove c’era molto da fare in ambito umanitario. Ho voluto così fondare un’associazione di cui sono presidente da 13 anni, l’ANOVA (Associazione Normanna per la Vista in Africa), con cui facciamo missioni in Burkina Faso, Benin e Madagascar».

Qual è il protocollo d’intervento medico e scientifico che adottate durante queste missioni?
«Facciamo una o due missioni all’anno della durata di circa tre settimane. Interveniamo soprattutto nelle scuole, per poter visitare i bambini con problemi visivi, ma anche i professori e gli adulti. Eseguiamo screening scolastici focalizzati sui giovani per prevenire problematiche che, se trascurate, esplodono in adolescenza. Noi non svolgiamo la chirurgia direttamente sul posto, ma abbiamo dei partner locali con cui siamo in contatto per indirizzare i pazienti nel tessuto sanitario del luogo. Inoltre, collaboriamo con fondazioni che donano lenti e montature nuove, che vengono montati e donati subito ai bambini e agli adulti che ne hanno bisogno».

Dal punto di vista epidemiologico, quali sono i target clinici su cui un oculista deve concentrarsi per massimizzare l’impatto sanitario in contesti complessi come l’Africa subsahariana?
«Dieci anni fa ho seguito un master in progettazione e gestione di progetti di salute visiva internazionale a Londra: il professore che lo teneva sviluppa progetti internazionali per la riduzione della cecità nel mondo. (dati del 2015) Nell’Africa subsahariana, il 75% delle cause d’ipovisione e cecità sono dovute o alla presenza di difetti della vista correggibili con occhiali o alla presenza di cataratta. Ci si è resi conto che agendo su questi fattori si riesce a ridurre il tasso di ipovisione e cecità. Tutti gli altri casi sono legati a malattie come il tracoma, le neuriti, le infezioni, che sono fortemente invalidanti e richiedono assistenza sanitaria specializzata. Se vuoi essere clinicamente ed epidemiologicamente risolutivo per la maggior parte dei casi, devi concentrarti sulle patologie che sono concretamente trattabili e risolvibili».

Spesso la patologia visiva non genera solo un danno clinico, ma produce una vera e propria frattura sociale. Ha un episodio clinico o umano che fotografi questa realtà?
«Una volta, in Afghanistan, ho visitato un barbiere che aveva dovuto chiudere la sua attività da due anni perché non ci vedeva più da vicino: in realtà aveva semplicemente bisogno di occhiali da vista correttivi. Dopo la visita e la prescrizione, mi ha fatto sedere su una sedia e si è fatto un giro intorno a me per capire se poteva riprendere a tagliare i capelli e ha capito che la sua vita professionale poteva ripartire. Questa è una vera e propria cecità sociale. Lo stesso vale per un bambino che non riesce a vedere la lavagna a scuola e rischia l’emarginazione dal sistema educativo. A volte, in alcune società, si pensa che la scarsa vista di un bambino sia il frutto di un maleficio, quando invece è causato da un’infezione o da un importante difetto refrattivo. Spiegare questo alle famiglie rappresenta un risultato terapeutico ed educativo straordinario, perché li alleggerisce da pesanti credenze culturali e superstizioni».

Quali progetti clinici state portando avanti in questo momento con l’associazione?
«In Burkina Faso abbiamo aiutato centri ambulatori già esistenti e aperto nuovi centri di ottica. Adesso ho dei progetti attivi in Madagascar, dove stiamo aprendo un centro di visione che associa la parte oculistica e quella ottica. Per farlo, sto formando direttamente qui in francia una suora del Madagascar come optometrista e ottica, un percorso che si inserisce nelle missioni di questa congregazione religiosa francese, dato che (la maggior) gran parte delle presenze sanitarie in Africa è storicamente legata a contesti di carattere religioso».

La sua dedizione clinica intercetta le nuove marginalità sociali anche in Europa, attraverso collaborazioni con importanti realtà del settore privato e del volontariato.
«Sì, porto avanti il volontariato anche in Francia, partecipando a progetti di salute visiva in collaborazione con la Fondazione OneSight EssilorLuxottica. Mi occupo di effettuare missioni itineranti a bordo di un camper, un’unità mobile che si sposta in varie zone della Francia per erogare visite oculistiche gratuite. La Fondazione OneSight EssilorLuxottica ha partenariati attivi con associazioni come i Restos du Cœur e fornisce occhiali che vengono donati agli assistiti. Le visite vengono effettuate all’interno di centri di accoglienza e mense dei poveri, dove si concentrano persone che non possono permettersi l’accesso all’assistenza medica standard, né tantomeno l’acquisto di occhiali».

Com’è strutturata l’assistenza sanitaria per le fasce più deboli in un paese avanzato come la Francia?
«In Francia esiste l’assicurazione sanitaria pubblica della mutua, mentre una parte delle prestazioni viene coperta da assicurazioni private. «In Francia le prestazioni sanitarie sono coperte, per una parte dal servizio sanitario pubblico, e per un’altra parte dalle assicurazioni private. Tuttavia, esiste una fetta di popolazione totalmente invisibile che non possiede alcuna forma di assistenza pubblica: penso ai senzatetto, ai disoccupati, che per diversi motivi sono privi di qualsiasi sostegno e ai migranti irregolari. È lì che l’intervento sanitario sul territorio diventa l’ultimo baluardo di civiltà e tutela della salute pubblica».

Laura Alteri

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