Il primario di Pau: «In Francia ho trovato la meritocrazia e la libertà di fare il chirurgo. Ma oggi la vera sfida è la carenza di personale, comune a tutta Europa»
Il camice non ha confini, ma il talento ha bisogno del giusto terreno per germogliare. Quando Antonio Minniti, nel 1998, da giovane specializzando calabrese lascia l’Università di Messina per un periodo di formazione a Bordeaux, non immagina che la Francia sarebbe diventata la sua seconda patria, né che a soli 39 anni si sarebbe trovato a fondare e dirigere un reparto di Chirurgia Toracica ex novo. Oggi, a 59 anni, il Dottor Antonio Minniti è il Primario di Chirurgia Toracica all’Ospedale Generale di Pau, una struttura strategica tra Tolosa e Bordeaux, a ridosso dei Pirenei. Ci racconta il suo viaggio tra robotica, le differenze strutturali tra i sistemi sanitari transalpino e italiano e le sfide di una professione che sta cambiando. Specializzatosi in Chirurgia Toracica e successivamente in Chirurgia Cardio-Vascolare in Francia, da anni opera Oltralpe. Sotto la sua guida, il centro chirurgico di Pau è diventato un punto di riferimento per l’oncologia toracica e la traumatologia d’urgenza, all’avanguardia nell’endoscopia interventistica laser e nella chirurgia robotica mininvasiva.
Era al quarto anno di specializzazione a Messina quando ha scelto di andare a Bordeaux. Cosa cercava che in Italia mancava?
“Cercavo la pratica. In Italia, all’epoca, la formazione universitaria era estremamente teorica e la struttura era piramidale: fare carriera o semplicemente toccare un ferro chirurgico era difficile. Un mio primario si era formato a Stoccolma, un altro a Bordeaux e mi suggerirono di provare direttamente all’estero, per portare valore aggiunto in Italia al rientro. Scelsi Bordeaux, e fu la decisione migliore della mia vita. Ho scoperto un livello di formazione pratico nettamente superiore. Le giornate di lavoro erano lunghissime, ma la mia dedizione ha impressionato i professori di allora. Dopo la discussione della tesi a Messina, mi proposero di restare a Bordeaux per altri sei anni. Lì ho completato la specializzazione in chirurgia cardio-vascolare, che in Francia è obbligatoriamente accorpata a quella toracica”.
Le è stata poi affidata la responsabilità di creare il servizio di chirurgia toracica a Pau. Una scalata rapidissima rispetto agli standard italiani.
“La Francia offre grandissime opportunità, ma non regala nulla. Anzi, se sei straniero, inizialmente ti mettono i bastoni tra le ruote. Devi dimostrare costantemente di valere più dei colleghi locali per ottenere ruoli di responsabilità. Però, se vali, il sistema te lo riconosce in pochi anni. A 39 anni mi è stato proposto di andare all’Ospedale di Pau per attivare un servizio che prima non esisteva. In Italia, con il sistema di allora, una progressione del genere sarebbe stata impensabile”.
Il sistema sanitario francese è spesso preso a modello in Europa. Qual è la sua esperienza?
“È un sistema fantastico, dove la dicotomia tra pubblico e privato quasi non si percepisce. Tutto viene rimborsato dal sistema sanitario e i tempi per gli esami radiologici o diagnostici sono rapidissimi. Certo, ha costi enormi. Ognuno di noi ha una mutuelle (un’assicurazione sanitaria privata), il cui costo è irrisorio rispetto alla qualità del servizio offerto. E anche se un paziente non la possiede, lo Stato copre comunque delle spese. Tuttavia, da qualche anno anche qui si avverte un cambio di rotta: la cinghia si sta stringendo, iniziano a comparire i primi ticket, per ora limitati a farmaci molto costosi o esami specifici. La contribuzione del paziente sarà un tema centrale in futuro”.
Parliamo di clinica. Quali sono le peculiarità del reparto che dirige?
“Lavoriamo moltissimo sull’oncologia, ma abbiamo anche una quota importante di traumatologia. Essendo vicini ai Pirenei, trattiamo moltissimi sportivi: ciclisti amatoriali, amanti del trekking e, d’inverno, sciatori che subiscono traumi toracici importanti. La nostra attività principale resta però quella oncologica, con un focus fortissimo sull’endoscopia interventistica”.
Ci può fare un esempio di come questa tecnologia impatta sulla vita dei pazienti?
“L’endoscopia interventistica per i tumori della trachea o dei bronchi è un vero salvavita. Recentemente abbiamo trattato un paziente giovane con un tumore al polmone destro che infiltrava il bronco principale; non respirava più. Siamo intervenuti d’urgenza con una broncoscopia laser, abbiamo riaperto il bronco e posizionato una protesi endobronchiale. Questo ha permesso al paziente di tornare a respirare immediatamente e di avere il tempo di impostare la chemioterapia. Oltre a questo, oggi stiamo implementando la chirurgia robotica. Devo dire che su questo specifico fronte l’Italia si è sviluppata più rapidamente della Francia, ma oggi siamo allo stesso livello di avanguardia”.
A proposito di futuro, come vede l’ingresso dell’Intelligenza Artificiale in sala operatoria?
“Ci stiamo riflettendo molto. La chirurgia toracica è sempre meno invasiva. Grazie allo screening radiologico, oggi identifichiamo noduli polmonari piccolissimi. Per operare a livello infralobare senza danneggiare il tessuto sano circostante, utilizziamo software di ricostruzione 3D del polmone che ci guidano millimetro per millimetro. Prevediamo che l’uso dell’AI in questo tipo di mappatura e navigazione chirurgica diventerà la routine”.
Dietro l’eccellenza tecnologica c’è però il fattore umano. Com’è il bilanciamento tra vita e lavoro?
“Questo è il punto dolente. La carenza di personale medico è critica. Nel mio reparto siamo solo tre chirurghi. Quando uno va via o deve riposare, trovare un assistente o un sostituto è difficilissimo. I ritmi sono intensi e il carico è pesante”.
Guardando ai due sistemi, cosa dovrebbe prendere l’Italia dalla Francia e viceversa?
“L’Italia dovrebbe copiare dalla Francia la serietà e la netta divisione dei ruoli, specialmente nella formazione. Quando ero specializzando in Italia, spesso ci veniva chiesto di fare il lavoro degli infermieri o dei portantini per carenza di organico. In Francia questo non esiste: ognuno fa rigorosamente il proprio lavoro, permettendo al medico e allo specializzando di concentrarsi esclusivamente sulla crescita clinica e chirurgica. Cosa potrebbe prendere la Francia dall’Italia? Forse quella straordinaria flessibilità e capacità di gestione dell’imprevisto che noi italiani sviluppiamo proprio a causa delle difficoltà strutturali, e che in un sistema rigido come quello francese a volte farebbe comodo”.
Laura Alteri







