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La riforma Schillaci e il futuro della medicina territoriale: l’analisi di Marco Mafrici

Il presidente di Aremiem Associazione dei Medici Italiani in Europa

La gestione della sanità territoriale rappresenta una delle sfide più complesse e urgenti per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). In particolare il progressivo invecchiamento della popolazione e l’aumento delle patologie croniche richiedono un’assistenza di prossimità sempre più strutturata e le strutture mediche presenti sul territorio italiano sono in un costante sovraccarico, spesso causato dall’impossibilità, di intercettare precocemente i bisogni dei cittadini.

Ad oggi il dibattito politico e scientifico si concentra su profonde riforme strutturali: dalla nascita delle Case della Comunità all’introduzione di un sistema misto per i medici di famiglia, fino alla formazione accademica. Per comprendere l’efficacia di queste misure e capire come l’Italia si collochi nel contesto internazionale, abbiamo rivolto alcune domande a Marco Mafrici, Presidente di Aremiem dei Medici Italiani in Europa, che ci ha offerto una panoramica lucida e comparativa sui modelli sanitari europei.

Riforma Schillaci, lei cosa ne pensa?

“La politica cerca di dare risposte a due problemi: da un lato lo scollegamento tra medicina del territorio e ospedale, dall’altro la percezione che le prestazioni del medico di medicina generale non soddisfino pienamente le esigenze del paziente”.

Cosa ne pensa dell’ipotesi di introdurre un sistema misto, con medici di famiglia sia convenzionati sia dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale?

“In diversi Paesi europei i medici di famiglia possono lavorare anche in strutture multidisciplinari territoriali e, in alcuni casi, collaborare con i presidi ospedalieri. Si tratta di un modello teoricamente possibile, ma la realtà dei fatti ci mostra che pochissimi medici scelgono questa strada. La richiesta di salute da parte dei pazienti sul territorio è talmente alta che il tempo a disposizione per operare in altre strutture risulta minimo”.

La riforma introduce la possibilità di creare una specializzazione universitaria in medicina generale. Cosa ne pensa?

“In molti Paesi europei la medicina generale è già riconosciuta come una specializzazione universitaria autonoma, mentre in Italia il percorso è rimasto storicamente separato dalle scuole di specializzazione tradizionali, venendo gestito a livello regionale. Con questa riforma l’Italia finalmente si allinea agli standard europei, trasformando la formazione in medicina generale in una specializzazione universitaria a tutti gli effetti. È un passo importante per il riconoscimento della dignità accademica e professionale della professione”.

Cosa ne pensa della carenza di medici di famiglia in Italia? È un fenomeno diffuso anche nel resto d’Europa?

“L’esperienza internazionale dimostra che la carenza di medici di medicina generale è un problema globale, che condividiamo con parecchi Paesi europei ed extra-europei. Secondo i dati OCSE, l’Italia non è molto distante da altre grandi nazioni europee per numero di medici di medicina generale in rapporto agli abitanti. Da questo punto di vista, quindi, non siamo messi così male. Il vero nodo della questione, però, non è quanti medici di famiglia ci siano, ma cosa facciano e cosa siano effettivamente messi in grado di fare. Faccio un esempio: in Francia i medici di famiglia possono eseguire piccoli interventi chirurgici ambulatoriali, come l’applicazione di punti di sutura in caso di ferite semplici. Ovviamente questi atti chirurgici minori vengono remunerati in più dal sistema sanitario. Questo meccanismo rappresenta un incentivo a gestire la prestazione in ambulatorio, riducendo il ricorso improprio all’ospedale. Inoltre, in molti Paesi europei il contenzioso medico-legale è gestito in modo differente rispetto all’Italia, con una minore pressione penale sul professionista. Questo attenua sensibilmente il ricorso alla medicina difensiva, che oggi rappresenta una questione cruciale anche per il medico di famiglia”.

Le Case della Comunità, che stanno aprendo e che vedono la collaborazione tra medici di famiglia e specialisti, sono una realtà che mira ad aiutare il territorio. Lei cosa ne pensa?

“In diversi Paesi europei si è cercato di sviluppare modelli simili. In Francia, ad esempio, il modello delle Maisons de Santé ha mostrato diverse criticità organizzative e risultati molto variabili a seconda dei territori. A mio avviso, il rischio reale è quello di creare strutture intermedie che non riescano a rispondere pienamente ai bisogni assistenziali dei pazienti. I cittadini, infatti, si muovono verso i luoghi in cui sanno di poter essere curati; se una struttura non è in grado di risolvere il loro problema, tenderanno comunque a scavalcarla.

Speriamo che in Italia le Case della Comunità e il doppio canale per i medici di medicina generale funzionino meglio rispetto all’estero. Per essere davvero efficaci, queste strutture dovrebbero essere dotate di strumentazione diagnostica di base (come ecografi dedicati), servizi diagnostici di primo livello, laboratori d’analisi e personale medico e infermieristico adeguato. Le Case della Comunità dovrebbero rappresentare presidi territoriali realmente operativi, capaci di recuperare in parte quella prossimità sanitaria che negli ultimi venti o trent’anni è andata perduta con la chiusura di molti ospedali periferici, all’epoca considerati inefficienti e costosi.

Negli anni passati si è scelto di smantellare la rete ospedaliera minore per potenziare i DEA di primo e secondo livello. Il risultato odierno è che i DEA e i Pronto Soccorso sono sovraccarichi, proprio perché la rete territoriale fatica a intercettare e gestire precocemente i bisogni. Se ben strutturate, organizzate e attrezzate, le Case della Comunità potrebbero invece offrire una risposta concreta nella gestione delle malattie croniche (e non solo acute) sul territorio, destinate ad aumentare progressivamente con l’allungamento della vita media.

Quindi, in sintesi, gli altri Paesi europei come hanno risolto il problema della medicina del territorio?

“Nessun sistema sanitario ha risolto completamente le criticità della medicina territoriale. Ogni Paese presenta specificità economiche, politiche, culturali, territoriali e geografiche diverse che richiedono soluzioni su misura. Anche i sistemi sanitari dei contesti più ricchi – come l’Australia, gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia o la Germania – continuano a mostrare forti elementi di criticità nella gestione del territorio.

Ad oggi, quello che abbiamo constatato insieme ai colleghi di medicina generale italiani che lavorano all’estero è che la medicina territoriale risulta più efficiente se si verificano determinate condizioni:

Capillarità: quando gli ambulatori sono capillarmente diffusi nelle città, nei quartieri e nei piccoli paesi, permettendo anche alle persone anziane o fragili di raggiungerli facilmente.

Continuità e fiducia: quando il medico conosce a fondo la storia clinica non solo del singolo paziente, ma spesso dell’intero nucleo familiare.

Incentivazione economica: quando il sistema di remunerazione è basato anche sugli atti e sul numero di prestazioni effettuate. In questo caso, il medico di famiglia è più propenso ad accettare carichi di lavoro più elevati.

Integrazione ospedale-territorio: quando il medico di famiglia ha un canale di comunicazione diretto con i referenti ospedalieri delle diverse specialità, sia per inviare un paziente in modo mirato sia per discutere un caso clinico particolarmente complesso”.

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