Non è la ricerca dell’immortalità, ma la scienza della prevenzione perfetta. Ennio Tasciotti, 48 anni, nato a Latina, e formatosi alla Normale di Pisa, all’International Center of Genetic Engineering and Biotechnology di Trieste e al Texas Medical Center di Houston, è tornato in Italia con una missione ben precisa: trasformare la vecchiaia da un ineluttabile declino fisico, funzionale e cognitivo a una fase della vita attiva e in salute. Pioniere della medicina biomimetica, Tasciotti non si limita a studiare le cellule; le imita. Dopo 15 anni negli Stati Uniti, dove ha utilizzato i principi della nanomedicina per sviluppare nanoparticelle che funzionano come “cavalli di Troia” capaci di evadere il controllo del sistema immunitario e colpire i tumori, oggi guida lo Human Longevity Program all’IRCCS San Raffaele di Roma. La sua scommessa? Unire algoritmi predittivi e nanotecnologie biomedicali per riscrivere il destino biologico di ognuno di noi.
Lei è passato dalla biologia molecolare a Pisa alla guida di centri di ricerca a Houston, per poi scegliere di rientrare in Italia nel pieno di una pandemia. Perché ha raccolto questa sfida?
«L’Italia è un laboratorio a cielo aperto: siamo il secondo Paese più longevo al mondo dopo il Giappone. Nel 2020, mentre il mondo si fermava per il Covid, io riflettevo sui pazienti cronici, quelli che rischiavano di restare indietro nelle cure. Ho sentito che era il momento di riportare a casa le competenze acquisite in America. Volevo dimostrare che la medicina della longevità è una necessità strutturale per affrontare in maniera logica e sostenibile le sfide sanitarie create dal cambiamento demografico e dal progressivo aumento dell’età media della popolazione mondiale. Ho trovato il terreno ideale per il mio progetto di ricerca al San Raffaele di Roma, un IRCCS d’eccellenza incentrato sulla gestione delle malattie croniche e degenerative e sulla riabilitazione del paziente».
La sua ricerca si basa su un approccio di nanomedicina biomimetica. Di cosa si tratta esattamente?
«Il concetto è tanto semplice quanto rivoluzionario: imitare il comportamento della natura per risolvere problematiche mediche complesse. Il corpo umano ha difese formidabili, come la barriera ematoencefalica che protegge il cervello, ma impedisce ai farmaci di entrare. Con il mio team abbiamo inventato e sviluppato delle nanoparticelle costruite con le membrane delle cellule immunitarie umane. In pratica inganniamo l’organismo: le nostre particelle si mimetizzano, passano inosservate e trasportano il farmaco esattamente dove serve, senza essere frenate dal sistema immunitario, sia per patologie acute che per malattie neurodegenerative».
Qual è il pilastro della sua medicina preventiva?
«Il cuore di tutto è un set di algoritmi basati su Large langiage models e intelligenza artificiale. Abbiamo sviluppato modelli di Machine Learning capaci di tracciare le traiettorie di salute e malattia di un individuo. Incrociando genetica, lo stile di vita e la storia clinica del soggetto esaminato, possiamo prevedere quale malattia potrebbe sviluppare e così facendo monitorare per prevenire. Non aspettiamo che il danno sia fatto, interveniamo in maniera personalizzata per correggere la rotta prima che il paziente possa sviluppare una patologia».
Qual è l’impatto reale dello stile di vita su malattie importanti come quelle oncologiche o neurodegenerative?
«I numeri parlano chiaro: circa il 40% delle malattie metaboliche, cardiovascolari, respiratorie e oncologiche può essere intercettato e il rischio drasticamente abbattuto attraverso la prevenzione primaria (nutrizione equilibrata, attività fisica e controllo dello stato psicologico e cognitivo). Anche nel Parkinson o nell’Alzheimer, ad esempio, arrivare presto significa poter rallentare la degenerazione o mitigare i sintomi, come ad esempio il tremore. Il segreto è l’abbattimento dei rischi: oggi abbiamo gli strumenti tecnologici per arrivare prima della patologia, dobbiamo solo imparare a usarli su scala globale».
C’è il timore che questa medicina di precisione sia accessibile solo a pochi privilegiati. È così?
«Al contrario. Il mio obiettivo è rendere l’accesso alla medicina della longevità equo e democratico, ma come tutto avrà bisogno di tempo per svilupparsi e diffondersi. Utilizziamo piattaforme digitali per monitorare l’aderenza ai protocolli terapeutici dei pazienti anche a distanza. La tecnologia deve servire a semplificare la cura, non a renderla esclusiva. Lo Human Longevity Program nasce proprio per creare percorsi correttivi che siano applicabili a tutti, basati sulla scienza e non su promesse infondate».
Dalla terapia genica alle nanotecnologie: qual è la lezione più importante che ha imparato a Houston e che oggi applica a Roma?
«Che la medicina del futuro non è fatta di compartimenti stagni. A Houston ero immerso nel più grande centro di ricerca bio-medicale al mondo: più di 130mila tra medici, personale sanitario e scienziati) e lì ho subito capito che se non riesci a coinvolgere altri esperti e a mettere insieme un team multidisciplinare è praticamente impossibile risolvere un problema clinico, che sia portare un gene o un farmaco dentro una cellula bersaglio, o sviluppare impianti per la chirurgia ricostruttiva, o creare algoritmi predittivi, se non si hanno conoscenze e competenze in più ambiti la scoperta resta solo sulla carta. L’obiettivo che ho in mente è chiaro e ambizioso: integrare nuove tecnologie biomedicali e strategie sanitarie per supportare il percorso assistenziale del paziente nel suo intero arco vitale».
Laura Alteri








