C’è un momento preciso, nella vita di chi sceglie la medicina, in cui il camice diventa come una seconda pelle. Succede nei corridoi affollati di un pronto soccorso, nella solitudine dei lunghi turni di guardia notturni, o quando lo sguardo di un paziente a cui è difficile dare una diagnosi. Ma cosa accade a quel medico quando viene sopraffatto dalla carenza di personale, dalla perdita di autorevolezza del ruolo e da un sistema economico che pare non riconoscere più il valore del lavoro medico? Oggi il lavoro dei professionisti della salute non è scandito solo dalla “fuga di cervelli”, ma da una ricerca estenuante di equilibrio tra qualità della vita, stabilità economica e rispetto professionale.
È la storia di andata e ritorno di Irene Lamanna, medico anestesista, che mette a nudo i limiti strutturali della medicina territoriale italiana ed evidenzia le differenze di gestione del capitale umano tra Italia e Francia. 43 anni, nata a Rho, alle porte di Milano, Irene è laureata in Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Milano e specializzata in Anestesia e Rianimazione, ha maturato un’intensa esperienza sul campo che l’ha portata fino ai prestigiosi ospedali pediatrici di Parigi (Necker-Enfants Malades e Trousseau). Dopo aver affrontato la tempesta pandemica nella capitale francese, ha scelto nel 2023 di rientrare in Italia per riavvicinarsi alla famiglia e dedicarsi alla medicina generale nel Monferrato, completando la formazione specifica a giugno 2026. Oggi, di fronte al carico di lavoro sproporzionato, all’instabilità fiscale e alla svalutazione del ruolo del medico di base, sta valutando un nuovo trasferimento in territorio transalpino.
Partiamo dalle origini del suo percorso internazionale. Come si è strutturata la sua formazione e cosa l’ha spinta la prima volta a lasciare l’Italia?
«Mi sono laureata in Medicina Generale alla Statale di Milano e ho intrapreso la specializzazione in Anestesia e Rianimazione. Durante il terzo anno di specializzazione sono andata a Bruxelles per un programma di ricerca: dovevo fermarmi un anno, ma ho prolungato il soggiorno e ne ho approfittato per imparare bene il francese. Nel luglio 2014 sono rientrata in Italia per discutere la tesi. A quel punto mi sono trovata a un bivio: non avevo particolari agganci sul territorio e l’idea di lavorare all’estero mi affascinava. Scoprii che l’Ospedale Pediatrico Necker di Parigi cercava anestesisti. Io avevo un’ottima preparazione sulla rianimazione adulti, ma poca esperienza in ambito pediatrico. Feci il colloquio con il primario della struttura, in Francia non si passa per i concorsi pubblici come in Italia, e dimostrarono subito grande disponibilità a formarmi. Mi proposero un contratto di tre anni e a settembre 2014 mi trasferii a Parigi».
L’impatto con una metropoli come Parigi e con un sistema sanitario differente non dev’essere stato semplice. Com’è andata l’integrazione professionale e logistica?
«All’inizio è stato duro, soprattutto per la ricerca della casa. Parigi è complessa e rigida sotto questo aspetto. Fortunatamente, nei primi tempi l’ospedale mi fornì un alloggio interno a un affitto molto contenuto, il che mi permise di ambientarmi. I primi mesi sono stati di grande tensione, poi le cose sono andate bene: ho trovato un ambiente lavorativo estremamente stimolante, ricco di medici stranieri e molto aperto. Alla scadenza del primo contratto triennale, nel 2018, sono passata a tempo indeterminato. Successivamente mi sono spostata all’Ospedale Trousseau, sempre a Parigi, dove ho ricominciato come praticante per fare la gavetta necessaria, superato il concorso e ottenuto nuovamente l’indeterminato. Nel 2019 ho persino acquistato casa a Parigi».
Poi è arrivato il 2020 e la pandemia di Covid. Che cosa ha rappresentato per la sua vita professionale e personale?
«Il Covid ha travolto e messo in crisi tutto. Lavorativamente è stato un periodo pesantissimo. Pur essendo in una struttura pediatrica, ci siamo accollati un carico di lavoro enorme per sollevare gli altri ospedali saturi. Il peso dei turni, sommato al lockdown e alla distanza dalla mia famiglia in Italia, mi ha portata a rimettere tutto in discussione. La carenza di personale era forte e il carico di lavoro continuava ad aumentare. Ho resistito fino al 2022, poi ho maturato la decisione di dimettermi e rientrare in Italia».
Nel 2023 il rientro in Italia e la scelta di rivoluzionare la sua carriera orientandosi verso la medicina di base. Cosa sperava di fare?
«Volevo cambiare ritmo di vita e stare vicino ai miei genitori, che vivono a Milano. Mi sono trasferita a Camino, un piccolo comune in Piemonte vicina a Casale Monferrato, e ho pensato di fare la scelta di diventare medico di medicina generale in un piccolo paese. Ho fatto il concorso per il corso di formazione specifica in medicina generale, a giugno 2024 ho preso un incarico in carenza per aprire l’ambulatorio in un paese vicino, e a giugno 2026 ho terminato ufficialmente la specializzazione. Purtroppo l’impatto con la realtà del SSN è stato amaro».
Quali sono le principali criticità che ha riscontrato nell’esercitare la medicina territoriale in Italia rispetto all’esperienza francese?
«In Francia hai un contratto con regole chiare e cifre certe. In Italia regna l’incertezza. A oggi non ho ancora una visione chiara su stipendio netto e tassazione. Mi sono resa conto che il compenso è estremamente basso rispetto alla mole imponente di lavoro richiesto: non è affatto vero che il medico di base lavora poco. Io seguo i pazienti in ambulatorio, ma svolgo anche un’intensa attività a domicilio, lavorando dalle 8 alle 10 ore al giorno. Inoltre, a livello culturale percepisco una grave svalutazione del medico di medicina generale: c’è un’idea rinunciataria per cui sembra che tutto sia dovuto e che il medico di base valga meno di uno specialista o di un chirurgo. Manca quell’autorevolezza che in Francia è invece ben radicata nella relazione medico-paziente».
Alla luce di questo disincanto, qual è il suo progetto per il futuro? Sta pensando a una nuova partenza?
«Sì, sto valutando seriamente di tornare in Francia per fare lì la médecin de famille. Mi sono rimessa in contatto con la rete dei medici italiani in Francia per capire l’iter di inserimento. Ho la cittadinanza francese e casa a Parigi, quindi sono avvantaggiata. In Francia la medicina di base funziona su base libero-professionale pura: ti insedi in uno studio tuo o associato, i pazienti prendono appuntamento, pagano la visita e poi vengono rimborsati dall’assicurazione o dalla Sécurité Sociale. Non c’è quella figura ibrida che esiste in Italia tra dipendente convenzionato e libero professionista».
Quali sono i passaggi e i tempi previsti per questa nuova fase?
«Il progetto vero e proprio si concretizzerà probabilmente tra il 2027 e il 2028. Per aprire uno studio in Francia serve un capitale iniziale, ma ci sono moltissime agevolazioni: i sindaci dei paesi in zone rurali o in difficoltà ti contattano, offrono incentivi e locali pur di coprire il territorio. È una prospettiva molto stimolante. Nel frattempo, per gestire la transizione e proteggermi dall’incertezza economica italiana, dove le regole cambiano in corsa e i contratti vengono continuamente modificati, intendo lavorare come medico gettonista nei servizi di emergenza e pronto soccorso. Sono stanca dell’instabilità italiana. In Francia le tasse si pagano e sono alte, ma le regole sono solide e la considerazione per il professionista è reale. La mia storia dimostra che i medici non fuggono dall’Italia per caso: vanno, provano a tornare, ma se non trovano rispetto e garanzie, alla fine ripartono».
Laura Alteri




