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Alessio Platania: «Oltre il sintomo, la medicina che unisce sessuologia, neurodivergenza e psicosomatica»

Il dolore pelvico cronico di una paziente o il malessere di chi vive con ADHD richiedono sguardi che superano la semplice prescrizione farmacologica. È in questo territorio di confine, dove la medicina di base e la sessuologia dialogano con la neurodiversità e la psicosomatica, che Alessio Platania ha dato una veste inedita alla propria professione.Originario di Catania, dove ha completato gli studi di medicina e poi la formazione specifica in medicina generale, Platania ha scelto presto di guardare oltre i confini siciliani, specializzandosi in sessuologia a Firenze prima di trasferirsi nel Regno Unito. A Londra ha trovato un sistema sanitario, quello del National Health Service, capace di offrire una flessibilità professionale mai vista in Italia, permettendogli di intrecciare la pratica clinica con la formazione, la sessuologia con la cura dei disturbi associati alla neurodivergenza e di approdare infine alla psicoterapia corporea psicosomatica.

Il suo percorso professionale è passato dalla sessuologia alla neurodivergenza e alla psicosomatica. Qual è il fil rouge che unisce queste aree?
«Il punto di incontro è l’osservazione clinica: in questi anni ho notato una prevalenza significativa di disfunzioni sessuali nelle persone neurodivergenti. Spesso questi pazienti presentano un quadro clinico a costellazione: non solo l’ansia o la depressione, ma anche fatica cronica, fibromialgia, dolori pelvici e sensibilità multisistemica. Mi sono reso conto che non potevo guardare al sintomo isolato. Ho iniziato a studiare la correlazione tra ipermobilità, neurodivergenza e infiammazione cronica. Il collegamento è neuropsicosomatico: lo stress cronico e i traumi non sono concetti astratti, hanno ricadute fisiche tangibili, come l’alterazione della barriera intestinale e processi infiammatori cronici».

Lei parla di un approccio che supera il farmaco. Come si traduce questo in pratica clinica?
«Questi pazienti sono spesso ipersensibili ai farmaci; la medicina classica rischia di innescare in loro un circolo vizioso. L’approccio deve essere olistico e integrato: lavoriamo sul ristabilire l’equilibrio psicosomatico attraverso la mindfulness, tecniche psicocorporee derivate dal Tai Chi e lo Yoga, e, se necessario, anche una cura specifica dell’asse intestino-cervello. Modificando l’alimentazione e integrando nutrienti mirati, puntiamo a ridurre l’infiammazione sistemica. È un percorso che richiede tempo, ma che agisce sulla radice dello stress, non solo sul sintomo».

Può raccontare un caso emblematico di questa visione integrata.
«Penso a una paziente con vaginismo di lunga data. Si tratta di una tensione involontaria del pavimento pelvico che causa impossibilità alla penetrazione e dolore, alimentata dal trauma e dalla mancanza di consapevolezza corporea. Invece di forzare il tradizionale approccio con dilatatori, abbiamo lavorato sul rilascio delle tensioni, sulla riscoperta del piacere e sulla connessione mente-corpo. Quando la paziente ha finalmente imparato ad ascoltare e rilasciare il proprio corpo, la visita ginecologica è diventata indolore e la sessualità piacevole. La medicina non è solo diagnosi, è educazione alla propria biologia».

Da Londra, come guarda oggi alla sanità italiana?
«Con un misto di nostalgia e preoccupazione. In Inghilterra, il medico di famiglia può diversificare, sviluppare ulteriori competenze specialistiche in varie branche come la dermatologia o la salute sessuale, etc. rendendo il lavoro stimolante e meno incline al burnout. In Italia, il modello è rigido, saturo di burocrazia e privo di incentivi. Il rischio, per chi come me vorrebbe rientrare, è vedere le proprie competenze professionali non riconosciute nel settore pubblico. È frustrante leggere di carenza di medici mentre le condizioni lavorative rendono quasi impossibile praticare una medicina che sia, davvero, a misura di paziente».

La sua visione olistica sembra oggi quasi rivoluzionaria rispetto a un sistema pubblico che tende a frammentare il paziente in organi e apparati. Crede che ci sia spazio per questa figura nel futuro della medicina?
«È una necessità più che un’opzione. Il problema è che né il sistema italiano né quello inglese hanno previsto una figura di gestore della complessità che vada oltre la medicina di base. Nel pubblico, il medico è spesso un vigile urbano che smista il traffico verso lo specialista di turno. Ma quando hai un paziente neurodivergente e sintomi fisici correlati, a volte non serve un altro esame; serve qualcuno che metta insieme i pezzi di quel mosaico. Io sto cercando di colmare questo vuoto con la psicoterapia corporea psicosomatica, ma nel sistema pubblico manca lo spazio temporale e istituzionale per farlo. È qui che il modello inglese offre una speranza: la possibilità di diversificare permette al medico di crescere professionalmente senza esaurirsi».

Guardando a questo futuro, ad oggi cosa la spingerebbe a tornare in Italia?
«La risposta è umana, prima ancora che professionale: il desiderio di radici. Tuttavia, tornare oggi significherebbe dover accettare un declassamento professionale: nel pubblico italiano, le mie competenze specialistiche in sessuologia,  neurodivergenza e psicosomatica verrebbero assorbite e annullate dal carico di lavoro di un medico di famiglia a tempo pieno, senza molto spazio per la ricerca o per applicare un approccio integrato. Per rientrare a condizioni sostenibili, dovrei spostarmi esclusivamente nel settore privato. Se l’Italia riuscisse a rendere il lavoro del medico di base più flessibile, riducendo quel carico di burocrazia che oggi sta portando molti colleghi al burnout, forse considererei il ritorno».

Quale messaggio si sente di dare ai colleghi, in Italia e all’estero, che si sentono stretti nelle maglie di un sistema che sembra non lasciare spazio alla cura profonda?
«Non smettere di guardare oltre il sintomo. Il medico di famiglia è in una posizione privilegiata: siamo gli unici a vedere il paziente nella sua interezza, nel corso di tutta la sua vita. Anche quando il sistema spinge per la velocità, non dobbiamo perdere la capacità di fare domande, di osservare i segnali corporei, di ascoltare la storia che c’è dietro una fatica cronica o una difficoltà sessuale. La tecnologia e i protocolli sono strumenti, ma la medicina resta pur sempre un incontro tra due esseri umani. Se manteniamo viva questa consapevolezza, restiamo medici, a prescindere dal sistema in cui operiamo».

Laura Alteri

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