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Sanità in affanno e Case di Comunità senza direzione. Gianmarco Rea: «Senza risorse, la prevenzione è a rischio»

Si cammina su un filo sottile tra la vocazione universalistica di un sistema che ha fatto la storia e la necessità, ormai non più procrastinabile, di una ristrutturazione radicale. Nel cuore della sanità italiana, il dottor Gianmarco Rea, medico di medicina generale, 35enne di Latina e segretario regionale della Società Italiana di Medicina Generale SIMG, osserva quotidianamente il respiro affannato di un sistema che cerca di adattarsi a una popolazione sempre più anziana. Tra le promesse del DM77, il carico insostenibile dei medici di famiglia e lo spettro della rinuncia alle cure, Rea traccia la possibile rotta, e le relative criticità, di una riforma, quella del ministro Schillaci, che si gioca tutta sulla capacità di trasformare le Case di Comunità in veri presidi di salute e non in scatole vuote.


Dottor Rea, si parla molto di riforma della medicina territoriale. Qual è, a suo avviso, il vero obiettivo di questo riassetto?
«La logica di fondo, legata al piano DM77 che ha gettato le basi per questo nuovo assetto sanitario, è quella di creare un gatekeeper, un filtro efficace tra il cittadino e l’ospedale. Ad oggi, se un paziente sta male, ha due sole strade: il pronto soccorso o il medico di famiglia. Con le Case di Comunità, evoluzione delle vecchie Case della Salute, possiamo offrire un’alternativa pubblica e accessibile 7 giorni su 7, h24. L’obiettivo è sgravare gli ospedali da codici bianchi e verdi, da urgenze minori come cistiti o tosse, che non hanno necessità di cure ospedaliere».


Il medico di medicina generale come si inserisce in questo schema?
«È qui che il nodo si stringe. Il medico di famiglia è un privato convenzionato, ma con orari definiti. La Casa di Comunità mira a garantire una reperibilità fissa, superando il modello frammentato delle vecchie unità di cure primarie dove prima era la guardia medica a coprire solo notti e festivi. Ma non parliamo solo di urgenza: il futuro è la gestione del cronico. Oltre un terzo della popolazione ha più di 65 anni e vive con molteplici patologie. La Casa di Comunità deve diventare l’hub dove fare diagnostica di primo livello, piccoli esami ematochimici e gestire cronicità, affiancando al medico infermieri e segretarie, proprio come suggerito dall’Ocse per favorire un rapporto di fiducia. È un investimento per il nostro futuro: curare adeguatamente oggi significa evitare spese enormi domani per disabilità, invalidità e lungodegenze».


Eppure le criticità non mancano. Il carico di lavoro sui medici è già al limite.
«Il punto è esattamente questo. Molti colleghi sono già saturi, il burnout colpisce più di un medico di famiglia su due. Chiedere oggi ulteriore sforzo senza dotare le Case di Comunità di strumenti, fondi e personale adeguato rischia di essere un errore fatale. Se non rendiamo il lavoro sostenibile, assisteremo a una fuga dalla professione: i giovani medici non vogliono più fare né i medici di base né i medici di pronto soccorso, perché pagati poco e con troppi rischi. Non si può pensare di riformare il sistema con poche risorse. Senza investimenti veri, rischiamo le dimissioni di massa o un abbassamento drastico della qualità del servizio».


Parliamo di equità. Il sistema 833 del 1978 è a rischio?
«Siamo a un bivio. Vediamo un impoverimento progressivo: le farmacie passano da gestione familiare a società di capitali, e anche nell’erogazione della sanità entra il rischio del profitto. Se permettiamo che la salute diventi appannaggio di chi ha i soldi, visto che un disoccupato non può stipulare un’assicurazione privata, tradiremo lo spirito della 833. Già oggi, 1 cittadino su 10 rinuncia a curarsi per motivi economici o per le liste d’attesa infinite. Questo crea uno spaccato sociale gravissimo. La sanità dovrebbe garantire tutto a tutti; il privato deve restare una scelta accessoria e non la stampella di chi non può attendere mesi per una visita».


La prevenzione resta l’arma principale, ma i dati non sono confortanti.
«Il dato è inequivocabile: dopo il Covid, con il blocco degli screening, abbiamo avuto un’impennata di diagnosi tumorali. La prevenzione deve essere fattiva. Lo screening del colon-retto, ad esempio, è salvavita, ma ha una bassa adesione. Se il test risulta positivo, la colonscopia successiva è costosa e le liste d’attesa lunghe scoraggiano. Ma se il test fosse lo standard e la Casa di Comunità diventasse l’hub di riferimento, potremmo abbattere drasticamente la mortalità. Abbiamo già dimostrato che la medicina generale funziona: ad esempio nelle campagne vaccinali antinfluenzali copriamo il 70% della popolazione. Se crediamo nella categoria e le diamo i mezzi, la prevenzione diventa realtà».


Guardando al 2050, cosa ci aspetta?
«Secondo me l’inverno demografico è in arrivo. Spendiamo circa il 6% del PIL pro-capite, meno di altri paesi, eppure la nostra aspettativa di vita è tra le migliori al mondo. Il sistema funziona, ma siamo stagnanti. Entro il 2030, senza una programmazione lungimirante e senza formare nuovi medici, processo che, come sappiamo, richiede almeno 10 anni, la barra non si terrà dritta. Dobbiamo smetterla di ragionare sul presente e iniziare a pensare al 2050, tutelando il diritto alla salute prima che il sistema diventi, di fatto, un privilegio di pochi».

Laura Alteri

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