“Un chirurgo in Italia, i suoi pazienti a Riad e un robot umanoide che, in un futuro non troppo lontano, potrebbe annullare queste distanze. Chirurgo toracico e Professore Ordinario di chirurgia Toracica di fama internazionale, una carriera costruita tra i giganti della medicina anglosassone, Marcello Migliore oggi è il volto di un paradosso moderno: un’eccellenza italiana che ha trovato in Arabia Saudita la meritocrazia negata in Patria, ma che si ritrova ostaggio di una crisi diplomatica internazionale che ha cancellato voli e blindato confini. Tra i massimi esperti di chirurgia toracica mininvasiva, Migliore analizza il divario tra la sanità italiana e quella saudita, smontando i cliché su un mondo che mira dritto verso il futuro mentre l’Occidente rischia di restare solo a guardare.
Nel cuore di Riad, al “King Faisal Specialist Hospital and Research Center”, dove Migliore esercita la sua professione, la medicina corre più veloce che in Europa, trascinata anche da una recente generazione di donne chirurgo e da un sistema che lascia la politica fuori dalla porta delle Università e degli Ospedali. Docente presso l’Università di Catania è oggi in aspettativa presso la “Al Faisal University”, il medico Siciliano siede ai tavoli di discussione sul futuro della medicina con esponenti della Mayo Clinic e il Massachusetts General Hospital; nelle scorse settimane però è rimasto bloccato in Italia a lungo a causa dei voli cancellati per la situazione geopolitica tesa.
Dottor Migliore, partiamo dall’attualità più stringente. Come ha vissuto i giorni trascorsi in Italia in attesa di poter tornare al suo ospedale a Riad?
«È una situazione di grande incertezza, e chi lavora in contesti internazionali sa che queste crisi non arrivano mai con preavviso. Ero rientrato in Italia per il Ramadan, una pausa programmata e attesa, ma nel giro di ore i voli sono stati cancellati e le rotte aeree sono diventate interdette. È l’ennesimo capitolo della rivalità storica tra sunniti e sciiti, che ogni tanto esplode in superficie e travolge anche chi, come noi medici, vorrebbe tenersi fuori dalla politica. La cosa che mi è pesata di più in quelle settimane non è l’attesa in sé, ho imparato a gestire l’imponderabile, ma sapere che vi erano pazienti, colleghi e specializzandi che stavano affrontando casi clinici complessi, ed io non potevo essere lì con loro. La medicina ha i suoi ritmi, e la geopolitica non chiede permesso».
Lei ha lavorato tra Italia, Stati Uniti, Regno Unito e Belgio. Perché proprio l’Arabia Saudita, una destinazione che molti in Occidente stentano ancora ad associare all’eccellenza medica?
«Capisco lo stupore, l’ho vissuto anch’io prima di partire. Ma la risposta è una sola: libertà professionale. In Italia, a Catania, ho cercato di costruire una carriera di ricerca e clinica, ma il nostro sistema universitario e ospedaliero spesso premia percorsi che hanno poco a che fare con il merito clinico e scientifico. Ci sono dinamiche relazionali e equilibri politici interni che finiscono per decidere chi avanza e chi no, soprattutto nella carriera clinico-assistenziale. A Riad ho trovato qualcosa di radicalmente diverso: se i tuoi risultati clinici, nel mio caso chirurgici, sono solidi, se la tua ricerca porta valore, vai avanti. La famiglia reale, quando ha bisogno di assistenza medica di alto livello, non cerca raccomandazioni: cerca i medici più competenti. E questo crea un ambiente in cui l’eccellenza viene ricercata, finanziata e protetta. Per me è stato un cambiamento totale».
Il King Faisal Specialist Hospital e Research Center è una struttura enorme. Che tipo di medicina si pratica lì ogni giorno?
«È difficile renderle l’idea finché non ci si trova dentro. Stiamo parlando di una struttura da 1.500 posti letto che serve una metropoli di oltre 9 milioni di abitanti, totalmente organizzata sul modello americano, con un ambiente di lavoro anglofono. Ogni qual volta necessario teniamo meeting di confronto con la Mayo Clinic e il Massachusetts General Hospital per discutere i casi più complessi: tumori rari, malformazioni toraciche, patologie che richiedono competenze multidisciplinari. La formazione dei medici specializzandi è costruita sull’impostazione statunitense, che è durissima ma produce chirurghi straordinari: si mettono i giovani di fronte alla responsabilità reale fin dai primi anni, sempre con supervisione, ma con l’obiettivo dichiarato di formare la prossima classe dirigente della medicina e chirurgia saudita. Si forma un professionista che dovrà prendere decisioni autonome. È un approccio che in Italia fatica ancora ad affermarsi».
C’è un grande tabù in Occidente sul ruolo delle donne in Arabia Saudita. Cosa ha trovato in corsia?
«Ho trovato qualcosa che mi ha costretto a fare i conti con i miei stessi pregiudizi. Prima di partire, qualcuno mi aveva messo in guardia: “Non parlare con le donne se non sono accompagnate”. La realtà che ho vissuto a Riad ed in ospedale è completamente diversa. Le donne guidano, si spostano in autonomia, gestiscono i propri spazi professionali con piena padronanza. E soprattutto: sono la componente più innovativa del corpo medico. Tengo fortemente a precisare che i migliori giovani chirurghi, quelli su cui posso contare nei casi più difficili, sono anche donne. C’è stata una trasformazione generazionale straordinaria negli ultimi anni, alimentata anche dalla Vision 2030 del principe ereditario. Una volta, durante una pausa tra un intervento e l’altro, ho chiesto a una mia collega, giovane chirurgo toracico, se avrebbe mai accettato la poligamia del marito. Mi ha guardato con un sorriso fermo e mi ha detto: “Lo lascerei nel giro di 24 ore”. Le nuove generazioni saudite stanno costruendo la propria identità su carriera, indipendenza e realizzazione personale. La famiglia tradizionale non è sparita, ma ha smesso di essere, per le donne, l’unica risposta possibile».
A dicembre avete ospitato il congresso mondiale di chirurgia robotica. Dove siamo arrivati con l’intelligenza artificiale in sala operatoria?
«Siamo in un momento di transizione affascinante e ancora caotico. La tecnologia corre molto più veloce del quadro normativo e medico-legale che dovrebbe regolarla. Al congresso, il cui Presidente era il Prof Dieter Broering, leader mondiale indiscusso sui trapianti epatici e Direttore del Centro di Eccellenza sono stati presentati i prototipi più avanzati di “robot controlling robot”, sistemi umanoidi sviluppati prevalentemente in Cina, capaci di eseguire procedure chirurgiche a distanza con una precisione sub-millimetrica. Il potenziale è enorme: si pensi a quanto potrebbe cambiare l’accesso alle cure in zone remote, o la possibilità che un “unico chirurgo umanoide” possa operare ovunque nel pianeta usando la stessa identica tecnica chirurgica. Ma la domanda che rimane senza risposta definitiva è quella della responsabilità: se un robot sbaglia nel corso di un intervento, chi risponde? Il programmatore? Il chirurgo che ha impostato i parametri? L’ospedale? Finché non esiste un quadro giuridico chiaro, la tecnologia resterà in una zona grigia. Nel frattempo, a Riad stiamo portando avanti ricerche concrete: siamo tra i centri di riferimento mondiali nella chemioipertermia intratoracica intraoperatoria, una tecnica che combina la chirurgia con la somministrazione localizzata di chemioterapia ad alta temperatura, e nella chirurgia mini-invasiva per tumori avanzati del torace. I risultati clinici su sopravvivenza e qualità di vita post-operatoria stanno superando le aspettative».
C’è qualcosa che il sistema sanitario italiano potrebbe concretamente imparare da quello saudita?
«Sì, e lo dico con rispetto per un sistema in crisi dove i colleghi italiani, molti dei quali eccellenti, lavorano in condizioni difficilissime soprattutto al Sud Italia. Il primo elemento è l’approccio al paziente: in Arabia Saudita come in Italia la sanità pubblica è gratuita, senza ticket, e funziona su standard elevatissimi. Non esiste, o almeno nella mia esperienza diretta a Riad non ho mai visto, il fenomeno, per esempio, del paziente “parcheggiato” per ore in un pronto soccorso senza essere trattato. C’è un senso di responsabilità istituzionale verso chi si ammala che è molto concreto e devo dire in certi momenti più umano rispetto al modello esistente in Italia. Ecco direi che sarebbe opportuno che gli ospedali italiani riacquistassero umanità. Il secondo elemento è la documentazione clinica computerizzata: ogni parola che si scrive in cartella è una firma sulla tua professionalità. Se un intervento va male, il dossier clinico viene esaminato nei minimi dettagli, e la presenza o l’assenza di quei dettagli, dipinge chi sei. Questo crea un sistema in cui l’attenzione alla qualità non è opzionale. Il terzo è l’assenza di politica all’interno degli ospedali. Le decisioni si prendono su basi cliniche e scientifiche, non su equilibri di potere. È un modello che non si può trapiantare meccanicamente in un altro contesto culturale, ma da cui si può certamente prendere spunto».
Tornerà in Italia, un giorno?
«L’Italia è casa, nel senso più profondo del termine. È dove sono cresciuto, dove ho imparato a essere medico-chirurgo, dove sono ancora, anche se in aspettativa, Professore Ordinario presso l’Università di Catania e soprattutto dove vivono le persone che amo. Ma la mia professione, oggi, è a Riad. Lì c’è la tecnologia, ci sono i fondi per la ricerca, c’è un ambiente in cui i risultati vengono riconosciuti e devo ammettere ho trovato una umanità che invece sembra essere sparita negli ospedali italiani. Spero che i cieli tornino presto ad aprirsi, non solo per i voli, ma in senso metaforico. L’Italia perde troppi medici, non solo giovani ma anche medici esperti, formati con risorse pubbliche. Io non me ne sono andato per scelta ideologica: me ne sono andato perché altrove ho trovato quello che cercavo: un ambiente sereno dove poter essere libero di far del bene operando e facendo ricerca. Se le condizioni in Italia cambiassero, sarei evidentemente pronto ad ascoltare».
Laura Alteri








