Esiste un luogo dove la cartella clinica è un ecosistema digitale trasparente e condiviso, ma dove un’ambulanza può costare settecento dollari e il medico di medicina generale è il vero guardiano di ogni aspetto della salute, dalla psichiatria alla chirurgia dermatologica.È la realtà quotidiana di Sonia Ferrero, 54 anni, medico di origine piemontese che ha scelto di reinventare la propria carriera in Australia.
Laurea a Torino nel 2001 e specializzazione in Geriatria nel 2006, la dottoressa Ferrero rappresenta quel capitale umano altamente qualificato che l’Italia ha formato e poi visto partire. Dopo anni di esperienza tra corsie ospedaliere, RSA e reparti multidisciplinari dedicati al wound care, nel 2015 ha preso una decisione radicale: trasferirsi a Perth, nel Western Australia. Una sfida non solo clinica, ma burocratica e linguistica, che l’ha portata a integrare la sua profonda sensibilità geriatrica italiana con la pragmatica efficienza del sistema anglosassone.
Dottoressa Ferrero, cosa vi ha spinto, lei e la sua famiglia, a lasciare l’Italia nel 2015?
“È stata una scelta dettata soprattutto per dare un futuro alle nostre figlie. Nonostante una carriera avviata, in Italia lavoravo negli ospedali pubblici e nelle RSA, vedevo poche prospettive per i giovani. Così insieme a mio marito siamo venuti a Perth, dapprima come turisti e poi da residenti. Ho deciso di rimettermi in gioco: sono venuta in Australia da sola e sono stata qui per 14 mesi per raggiungere il livello di inglese accademico necessario, ho sostenuto gli esami di allineamento e ottenuto il riconoscimento della laurea e della specializzazione. Solo in seguito mi ha raggiunto tutta la famiglia”.
Oggi lei opera come medico di medicina generale a Perth. Com’è strutturata la medicina territoriale in Australia rispetto alla nostra?
“È profondamente diversa, oserei dire che ricorda la medicina italiana di cinquant’anni fa per l’ampiezza dello spettro d’azione. Qui un medico di famiglia, o General Practitioner, si occupa di tutto: dalla salute della donna e gestione della gravidanza alla pediatria, fino alla piccola chirurgia, come il controllo dei nei o l’inserimento di contraccettivi sottocutanei. In Western Australia, una regione vasta quanto mezza Europa, la carenza di medici è cronica. Se lavori in zone remote, devi essere pronta a gestire qualsiasi emergenza, spesso supportata da esperti via telemedicina”.
Parlando di emergenze, quali sono i costi e le criticità per i pazienti?
“In Australia la gestione delle urgenze è ibrida. Se un paziente ha un dolore toracico o un’anafilassi, può venire direttamente in ambulatorio, le cosiddette practices: noi stabilizziamo e poi li mandiamo in ospedale. Per i casi meno gravi ci sono gli Urgent Care, una via di mezzo tra ambulatorio di medicina di base e pronto soccorso, ma qui queste strutture sono poche e quindi molte volte i pazienti si rivolgono prima al medico di famiglia. Tuttavia, se la situazione richiede il pronto soccorso, l’ambulanza è un servizio privato e molto costoso: un tragitto può costare tra i 500 e i 700 dollari. Senza un’assicurazione privata, i costi sono altissimi. Inoltre, il sovraffollamento degli ospedali è un problema sentito anche qui: i pazienti possono restare in ambulanza anche due ore prima di essere visitati in struttura”.
Sul fronte della digitalizzazione e della prescrizione dei farmaci c’è qualcosa che l’Italia dovrebbe imitare?
“Assolutamente sì: la trasparenza del dato. Io posso vedere lo storico delle visite e delle prescrizioni di un paziente anche se effettuate da altri medici o in altre città. Le cartelle cliniche sono condivise ovunque. Questo ad esempio è fondamentale per il monitoraggio di farmaci che danno dipendenza, come oppioidi o benzodiazepine. Per prescriverli dobbiamo richiedere un Authority Number; il sistema elettronico ci permette di capire immediatamente se c’è stato un abuso pregresso. È un modello di efficienza che in Italia migliorerebbe drasticamente la sicurezza delle cure”.
C’è però qualcosa della medicina italiana che le manca o che ritiene superiore?
“La capacità diagnostica ospedaliera in Italia è straordinaria. Se mandi un paziente in un ospedale italiano viene sottoposto ad analisi ed esami accurati, fino alla diagnosi. Qui invece è più frammentato: noi medici di base dobbiamo spesso insistere e telefonare personalmente per far ammettere un paziente. Inoltre mi piacerebbe che il sistema australiano permettesse ai pazienti di prenotare direttamente uno specialista senza passare necessariamente dal filtro del medico di famiglia”.
L’Australia è nota per offrire stipendi molto alti ai medici. È davvero così vantaggioso a fronte del costo della vita?
“Il guadagno del professionista è circa quattro volte superiore a quello italiano. È vero che la vita è costosa, soprattutto gli affitti e l’acquisto di case, ma il potere d’acquisto resta nettamente più alto. Come liberi professionisti tratteniamo tra il 65% e il 75% della quota versata alla practice. Il sistema si basa sul tempo: una consultazione di 20 minuti costa circa 80 dollari, parte dei quali vengono rimborsati al paziente dal sistema nazionale Medicare”.
Dopo quasi dieci anni, è finalmente libera dai vincoli per i medici internazionali. Ora come gestisce il suo tempo?
“Sì, qualche settimana fa ho terminato l’obbligo dei 10 anni di servizio in zone di bisogno, dove ci sono pochi medici operativi. Per un medico straniero è il prezzo da pagare per restare in Australia: lavorare dove c’è carenza, a volte in paesi isolati di 1200 abitanti. Ora posso finalmente lavorare vicino casa. Tornare in Italia? Non prima della pensione. Ho lavorato sodo per arrivare dove sono adesso e ora voglio godermi i frutti del mio lavoro in un ambiente che trovo estremamente stimolante ogni giorno”.
Un’ultima curiosità: c’è stato uno shock culturale professionale al suo arrivo?
“L’abbigliamento professionale. Mi ha scioccato vedere che in ospedale e in studio i medici non usano mai il camice bianco, ma i propri vestiti civili. Io non riuscivo ad abituarmi, così mi sono comprata una scrub blu, la classica divisa da sala operatoria, per mantenere un’identità professionale che sentivo mancare”.
Laura Alteri








