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Dal Golfo di Napoli ai Big Data di Houston: Francesca Polverino sta riscrivendo il destino della BPCO

Un laboratorio dove l’Intelligenza Artificiale seziona miliardi di dati per studiare perché i polmoni di un ex fumatore continuino a deteriorarsi anche anni dopo l’ultima sigaretta; la soluzione per contrastare una delle malattie respiratorie più invalidanti al mondo nascosta in un diffuso farmaco per il diabete: al centro di questa rivoluzione scientifica c’è Francesca Polverino, giovane ricercatrice italiana che ha scalato le gerarchie della medicina globale.
Pneumologa, 43 anni, una carriera che attraversa l’eccellenza accademica, la dottoressa Polverino incarna il paradosso del talento nostrano: troppo qualificata per i condizionamenti del mondo medico italiano e invece celebrata negli Stati Uniti per la sua competenza. Oggi, dalla sua direzione al Baylor College of Medicine di Houston, coordina un team di venti ricercatori impegnati a decifrare la suscettibilità individuale al fumo e l’impatto dei fattori pediatrici sulla salute respiratoria degli adulti. Dietro i successi nei trial clinici e i prestigiosi grant americani, resta la voce ferma di chi non dimentica le proprie radici e guarda con occhio critico a un sistema sanitario, quello statunitense, che definisce “meritocratico sì, ma spietatamente capitalista”. 
Francesca Polverino si laurea nel 2006 presso l’università Vanvitelli di Napoli. Il suo percorso post-laurea è un’ascesa costante: dopo un anno a Padova e una borsa di studio a Palma di Maiorca, approda ad Harvard dove rimane per nove anni, diventando professore nel 2017. Dopo una parentesi in Arizona, nel 2022 si stabilisce in Texas. Oggi è Professore Ordinario di Malattie Respiratorie e Direttore di Ricerca del Centro BPCO presso il Baylor College of Medicine di Houston.

Dottoressa Polverino, partiamo dalla sua ricerca sulla Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO). Qual è la scoperta che potrebbe cambiare la vita dei pazienti?
“Siamo molto orgogliosi dei nostri lavori sulla progressione della malattia. Abbiamo scoperto perché, anche quando si smette di fumare, la patologia spesso non si ferma: esiste una predisposizione immunologica specifica. Ma la notizia più promettente riguarda la metformina, un farmaco generalmente usato per il diabete. Tre anni fa abbiamo pubblicato uno studio su 8.000 pazienti dimostrando che chi assumeva metformina presentava una progressione della BPCO significativamente minore. Ora siamo in piena fase di trial clinico per confermare questi risultati”.

Lei dirige un centro con venti ricercatori e utilizza anche lIA. Come si finanzia la ricerca d’eccellenza in America? 
“È un sistema basato sui grant, i finanziamenti alla ricerca. In America, se sei un accademico, il tuo stipendio te lo guadagni con i fondi che riesci a vincere. Più fondi ottieni, meno clinica sei obbligato a fare. Io oggi faccio solo un giorno di clinica a settimana perché copro il mio stipendio con la ricerca. Ma attenzione: è un equilibrio precario. I fondi valgono cinque anni; se vuoi restare davvero operativo devi pubblicare costantemente e garantire risultati. È un sistema che non ti permette di sederti sugli allori”.

Lei vive negli USA da 16 anni, ma il suo giudizio sulla sanità americana è durissimo. Perché la definisce “difficile”? 
“Perché è un sistema comandato dalle assicurazioni. Tutto qui è business. Una colonscopia può costare 15.000 dollari. Anche farmaci salvavita vengono negati se l’assicurazione non ritiene la motivazione sufficientemente valida. Io vedo pazienti non abbienti che, pur rivolgendosi all’ospedale pubblico, non possono essere curati perché non possono permettersi le medicine. È un modello capitalista che ti spinge a uno stile di vita sedentario per poi trarre profitto dalla tua malattia. Per assurdo, nonostante io lavori lì, due volte l’anno torno in Italia per fare i miei controlli medici affidandomi a specialisti che stimo. Il sistema italiano, con tutti i suoi limiti, è profondamente più umano”.

Parlando di preparazione medica, lei sostiene che gli italiani abbiano una marcia in più. “Senza dubbio. Il medico italiano è un clinico completo, sa fare diagnosi senza disporre di tanti esami, perché ha una visione d’insieme. Il collega americano è iperspecializzato: per una diagnosi non complessa rischi di dover girare cinque specialisti diversi. Spesso negli USA si prescrivono molti esami sia per logica economica, sia perché non si ha la stessa capacità di dedurre e capire il problema medico, come sappiamo fare noi in Italia. Difatti noi italiani siamo estremamente apprezzati all’estero proprio per questa nostra flessibilità e profonda preparazione”.

Perché ha scelto di lavorare a Houston e non è mai rientrata in Italia? 
“Ho tentato di rientrare. Volevo mettere le mie competenze a disposizione della mia terra, a Salerno, però mi sono scontrata con la realtà e un muro di pregiudizi che non è semplice abbattere. In America sono arrivata come una sconosciuta e in sette anni sono diventata professore. Qui, se vali, vai avanti. È ancora il paese delle opportunità, dove anche un risultato negativo in ricerca è considerato un valore, purché tu abbia rispettato le promesse del progetto”.

Oggi lei ha un laboratorio tutto suo e sta cercando di creare un ponte con lItalia. Di cosa si tratta? 
“Sì, il mio laboratorio (www.polverinolab.com) è sempre alla ricerca di post-doc e dottorandi che dall’Italia vogliano trasferirsi in America. Ho anche attivato una borsa di studio specifica per gli studenti di Cava de’ Tirreni, la mia città d’origine. Voglio dare ai giovani ricercatori italiani di talento la possibilità di lavorare con risorse finanziarie che in Italia sono impensabili, permettendo loro di approfondire la scienza in totale libertà”.

Unultima curiosità: in America si dice che non si vada mai in pensione. 
“È vero. Come medico non esiste un’età pensionabile obbligatoria; puoi operare o fare ricerca anche a 90 anni. Non esiste una pensione pubblica a meno che tu non sia un dipendente statale. È un altro aspetto di quella libertà estrema che, però, ti obbliga a correre per tutta la vita”. 

Laura Alteri

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