La ricerca di un equilibrio interiore, l’impatto con un’organizzazione clinica impeccabile e la riscoperta del valore del tempo per se stessi: Andrea Senesi, 42 anni, anestesista marchigiano oggi in forza alla Sunshine Coast, ha scelto di lasciare l’Europa per sbarcare in Australia. Dopo un periodo in Italia tra guardie mediche, sostituzioni e il servizio come medico d’aeroporto a Falconara per la Croce Rossa, nel 2013 si trasferisce in Australia con un Working Holiday Visa. Superati i rigidi esami clinici e linguistici per il riconoscimento del titolo, completa i 5 anni di specializzazione in Anestesia. Oggi lavora come Anestesista Strutturato in un grande ospedale terziario nella Sunshine Coast, nel Queensland.
Qui la tutela del professionista è sacra: lo dimostrano la flessibilità dei turni, sale operatorie ampie e un sistema che sa proteggere le energie di chi lavora in prima linea. Certo, il confronto con la cultura anglosassone, efficiente ma individualista, fa talvolta rimpiangere il calore comunitario e la spontaneità delle relazioni italiane. È in questa complessa intersezione che si snoda l’esperienza del dottor Senesi.
Dottor Senesi, prima di approdare in Australia lei ha vissuto una fase di transizione e un mancato amore con Londra. Cosa la frenò nel Regno Unito?
“Inizialmente volevo fare pediatria e andai a Londra con l’idea di trasferirmi lì. Trovai però Londra caotica, fredda, e non me la sono sentita. Tornato in Italia, ho fatto la classica gavetta. Poi, due amici mi convinsero a provare l’Australia. Nel 2013 sono partito con un visto vacanza-lavoro di sei mesi: mi sono innamorato di Sydney e ho capito che la mia strada era lì. Ho affrontato l’iter burocratico, superando due esami clinici e uno di inglese per far riconoscere la mia abilitazione”.
Il percorso di specializzazione in Australia è noto per essere molto formativo, ma itinerante.
“Ho iniziato nel nord dell’Australia, facendo due anni di rotazioni generali per poi entrare nella specializzazione in Anestesia. Sono stati cinque anni durissimi dal punto di vista logistico: il sistema ti impone di spostarti da un ospedale all’altro quasi ogni anno. Significa fare un trasloco all’anno. Nel frattempo ho costruito una famiglia a Sydney che mi ha seguito in questi continui spostamenti, fino al trasferimento definitivo nel Queensland, nella Sunshine Coast, a un’ora da Brisbane”.
Oggi lavora in un grande ospedale terziario. Come è organizzato il suo dipartimento e quali sono le differenze strutturali con l’Italia?
“Lavoro in una struttura importante, con 16 sale operatorie e un dipartimento che conta circa 100 anestesisti, molti dei quali lavorano part-time o integrano con il privato. Una differenza fondamentale rispetto all’Italia è la separazione netta delle carriere: noi facciamo esclusivamente anestesia, la rianimazione è una specializzazione del tutto autonoma. Questo permette una distribuzione ottimale delle responsabilità. I turni sono di 10 ore, esclusivamente diurni, per un totale di 40 ore a settimana e ben 3 giorni liberi. La qualità della vita e il bilanciamento tra lavoro e spazio privato sono straordinari”.
Niente turni di notte per i medici strutturati? Come gestite le urgenze notturne?
“Nelle strutture australiane la notte è coperta dagli specializzandi. Lo strutturato fa i turni diurni e, quando è di turno di notte, fa solo reperibilità da casa per monitorare e intervenire in caso di necessità. Io la faccio circa una volta al mese. C’è però un vincolo legale severissimo: in caso di chiamata devi essere in ospedale entro 30 minuti. Vivendo io più lontano, quando sono reperibile passo la notte in un albergo”.
A proposito di specializzandi, è vero che il sistema anglosassone delega molto più rispetto a quello italiano?
“Sì, qui ti danno molta più responsabilità, ma sempre nel limite di sicurezza delle competenze che hai dimostrato di possedere in quel preciso momento. Ti fanno fare il lavoro vero. Per i primi sei mesi lo specializzando non è autorizzato ad agire da solo, ma successivamente viene lasciato operare anche senza la supervisione diretta del tutor. È un metodo che accelera moltissimo la crescita professionale”.
Parliamo del sistema sanitario nel suo complesso. L’Australia è un Paese ricco, ma la sanità pubblica sta subendo forti pressioni. Qual è la situazione?
“Le strutture pubbliche sono ottime e l’assistenza è buona, ma c’è una forte e costante spinta dei governi verso la sanità privata, molto simile al modello americano. Funziona attraverso una leva fiscale: se superi una determinata fascia di reddito, lo Stato ti forza quasi a stipulare un’assicurazione sanitaria privata. Se non lo fai, subisci una tassazione aggiuntiva penalizzante. Lo scopo dichiarato è alleggerire la sanità pubblica. Nel privato, che puoi utilizzare sia in strutture private che pubbliche, vieni trattato meglio e hai più garanzie sui tempi, ma c’è una tendenza esasperata a ottimizzare risorse e minutaggio, perché tutto è focalizzato sul profitto. Al contrario, nel pubblico si nota meno efficienza e più spreco”.
Da medico italiano, come giudica questa transizione verso il privato?
“Dal punto di vista puramente lavorativo, l’Italia non è superiore: qui gli stipendi sono altissimi, pari a 4 o 5 volte lo stipendio medio australiano, gli straordinari sono pagati benissimo e le tutele per ferie, malattie e aggiornamento sono sacre. Ogni 10 anni di servizio abbiamo diritto a 13 settimane di ferie aggiuntive pagate per recuperare le forze. C’è una grande attenzione alla persona. Tuttavia, come cittadino e come medico, non sostengo l’idea della sanità privata: quando il sistema si privatizza, il paziente perde inevitabilmente in qualità della cura complessiva. L’Italia, nonostante i suoi tempi di attesa lunghi, mantiene un approccio decisamente più accogliente e universalistico verso la sanità pubblica”.
Cosa le manca davvero dell’Italia?
“Manca il senso profondo di comunità. La società australiana è anglosassone: le persone sono molto amichevoli in superficie, ma anche individualiste. Manca la rete collettiva, la modalità italiana di vivere la famiglia e le relazioni sociali spontanee. Non ci sono legami privati stretti al di fuori del nucleo familiare; in Italia siamo decisamente più solidali. È il prezzo da pagare per vivere in un sistema che funziona a meraviglia, ma che a volte scalda un po’ meno il cuore”.
Laura Alteri








